Il sangue di Kent Brantly può salvare dall'ebola.

Lo scenario è ideale per un messia: per il mondo si prospettano tempi bui; morte, distruzione, catastrofe, tutto sfumato seppia. Il male prospera sia all’interno che all’esterno della Fortezza Occidente.

Dentro le mura imperversa la crisi economica e sociale, da tempo non si viveva una situazione del genere. Dopo gli sconvolgimenti dell’ultima guerra si era diffuso il benessere a macchia d’olio, niente sembrava potesse rovinare questa situazione idilliaca, il futuro non era minaccioso ma prometteva ancora progresso e felicità. Invece all’improvviso si è rotto qualcosa, il lavoro è venuto a mancare, di conseguenza i soldi per i consumi e la speranza per sé stessi e per i propri figli. I notabili della Cittadella si distaccano sempre di più dal volgo, si separano dal resto della società forti delle loro ricchezze, che aumentano esponenzialmente rispetto a quelle dei loro sottoposti. L’armonia è un lontano ricordo, ci si divide in fazioni e si lotta l’un contro l’altro, pur avendo un comune nemico: la Casta.

All’esterno crescono e prendono vigore due pericoli di tipo diverso.

Da una parte i barbari tagliagola, che fanno mattanza dei cittadini avventuratisi fuori dalle mura, e che minacciano di conquistare la Fortezza spinti dal loro Dio. Una minaccia nata in terre  produttrici di risorse fondamentali  per il funzionamento della vita economica della Città, un tempo controllate direttamente o attraverso collaboratori autoctoni, ma ora lasciate a loro stesse e degenerate in preda a manie revansciste.

Dall’altra un virus misterioso proveniente dal cuore delle foreste africane, passato all’uomo, per sortilegio, dalle scimmie e dai pipistrelli. Una malattia terribile e truculenta, che annienta il corpo dall’interno, lo piaga e lo fa scoppiare in una enorme bolla di sangue. Inizialmente non faceva paura, era corredo esotico di racconti su popolazioni lontane e mondi sconosciuti, ma poi l’esplosione di un’epidemia spaventosa ed i contatti sempre più intensi tra centro e periferia della contea l’hanno portata fino alle porte della Fortezza.

Per nascondere la povertà interna, e per proteggersi dai pericoli provenienti dall’esterno,  i governanti della Cittadella hanno deciso di sollevare i ponti levatoi e di intensificare i controlli verso chiunque bussasse alla porta. Vengono accolti con tutti gli onori i principi orientali e la ricca corte dell’imperatore rosso di Cina, portatori della liquidità necessaria ad un disidratato Occidente per poter sopravvivere. Tutti gli altri, le persone comuni, vengono sottoposte a rigidi controlli: sulla provenienza, sulla religione professata, sui loro ultimi spostamenti, per appurare che non siano affiliati ai barbari; sulla temperatura corporea, sulle condizioni del sangue e dell’apparato digerente, per accertare che non siano untori, bombe umane scagliate all’interno della Città.

Quello che era il pericolo che aveva avuto maggiore presa sul popolo, la paura dei barbari, è ancora confinato al di fuori delle mura, anche se le voci corrono e se ne sono prodotte di attentati probabili o sventati alle piazze più importanti della Città, corroborate dalle minacce di presa della Cattedrale diffuse dai tagliateste attraverso i mezzi di comunicazione. Invece ha già fatto breccia e oltrepassato le difese dell’Occidente la terribile malattia.

A importarla è stato Kent Brantly, medico in missione nelle terre sperdute d’oltremare e contagiato dal virus. Lo si è voluto curare all’interno dei bastioni, e questo ha provocato una brusca reazione nel popolo: chi sosteneva che lo si dovesse lasciar morire in quelle lande lontane, chi che non avrebbe mai dovuto uscire dalla Città per curare popolazioni inutili, povere e ignoranti, che quella era la sua giusta punizione e che la solidarietà e la compassione sono ormai disvalori non affini al verbo della produttività.

Deriso, vilipeso e bistrattato il povero missionario è riuscito però a guarire. E qui il suo secondo peccato grave: la società occidentale aveva ormai da tempo nella sua maggioranza abbandonato superstizioni ed idee metafisiche per tributare fiducia incondizionata alla scienza ed al progresso, mentre lui presentandosi alla folla all’uscita dal Lazzaretto ha ringraziato Dio per averlo salvato. La reazione è stata violenta, “ma come, noi lo salviamo grazie alla nostra tecnica e al nostro sapere, e lui ringrazia qualcuno che non esiste e che quindi non può aver fatto nulla per lui”. Si è preferito farlo finire al più presto nel dimenticatoio. Di questa esperienza rimaneva la certezza che la progredita civiltà della Fortezza poteva tranquillamente guarire gli ammalati e sconfiggere il virus, pericoloso solo tra le povere genti delle terre lontane.

Purtroppo sono arrivati altri contagiati, e sono cominciate le morti. Le cure promesse dalla cultura cittadina non sono ancora pronte per essere utilizzate in vasta scala, e soprattutto non sembrano funzionare nella totalità dei casi. Le conseguenze non si fanno attendere: il popolo precipita nell’irrazionalità, si diffonde il terrore e la caccia all’untore, si evitano i contatti e la frequentazione di luoghi affollati, si sospetta di chiunque. Un clima millenarista da fine del mondo, la paura dell’estinzione, la rassegnazione ad una morte certa ed inevitabile, il fatalismo.

Nel momento più buio, quando tutto sembra perduto, si illumina una speranza. Si scopre che forse il plasma del sangue delle persone guarite può aiutare gli ammalati, le prime evidenze lo confermano. Di colpo il povero medico Kent Brantly passa da paria emarginato a messia portatore della salvezza al proprio popolo. Maltrattato, respinto, umiliato, si prende la propria rivincita dalla croce e con il proprio sangue, che ha sconfitto il male, può redimere coloro che lo hanno disconosciuto.

“Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”. Il destino della Fortezza passa per il corpo del giovane medico, svuotato dal plasma come un pozzo dal petrolio.

 

 

Il rapporto tra Scalfari e la Chiesa cattolica

Sono un lettore di Repubblica. Un po’ me ne vergogno. Sono consapevole del fatto che sia politicamente schierato; che nella sezione delle notizie estere segua il sensazionalismo mediatico e non curi la completezza del quadro (caso più recente, la protesta ad Hong Kong, scomparsa nel nulla dopo le paginate dei primi giorni); che le pagine di Cultura siano carenti, dettate da innamoramenti, mainstream, e pressioni editoriali; che le recensioni del film non siano affidate a critici professionisti ma a giornalisti reinventati.

Ma non ho trovato di meglio, e un quotidiano lo devo pur leggere.

In questi ultimi giorni c’è una cosa che mi da particolarmente fastidio, e che sto cercando di spiegare a me stesso: l’eccessiva attenzione data dal giornale al Sinodo sulla famiglia.

La Repubblica nasce come giornale legato alla sinistra, e nella sua storia editoriale ha proseguito su questo tracciato, tanto che negli ultimi anni sono state famose le sue battaglie contro Berlusconi (condizionate anche dalla guerra personale contro lo stesso soggetto dell’ editore De Benedetti) e di riflesso contro la CEI, in quel periodo guidata dall’ultraconservatore Ruini, che lo appoggiava cercando di manovrarlo come estremo baluardo a difesa dei valori tradizionali. Inoltre è considerato il giornale ufficioso del Pd, viste le pagine che dedica al partito ogni giorno, anche se in questo momento in opposizione a Renzi, perché inviso al padre/padrone Scalfari, che detta l’umore all’intera redazione.

Negli ultimi tempi, sempre ad opera di Scalfari, si nota una misteriosa apertura al mondo cattolico, un dialogo che si vuole di incontro tra laicità e Chiesa per giungere a valori comuni ed universali.

Comincia tutto con le interviste, gli scambi epistolari, l’amicizia, tra Scalfari ed il Cardinale Martini; alle firme di Repubblica viene aggiunto Vito Mancuso, teologo “liberale” che non accetta e mette in discussione alcuni dogmi tradizionali, con il ruolo di maître à penser di questa primavera religiosa nella quale si è imbarcata la testata; le messe cantate domenicali (gli editoriali di una pagina scritti da Scalfari ogni domenica) trattano sempre più spesso del suo rapporto con la fede, con la figura di Gesù, con i valori ed i dogmi della Chiesa. Ultimamente l’innamoramento nei confronti di Papa Francesco: l’agiografia quotidiana che lo descrive sul giornale come una figura rivoluzionaria, infallibile, eroe positivo al di là dei confini del reale, che con sforzo titanico ribalta dall’interno una Chiesa incancrenita.

Per ora ho formulato tre ipotesi che possano spiegare questa crisi mistica:

  1. Scalfari è vecchio e sente avvicinarsi la morte. In modo umanamente comprensibile sta stendendo un bilancio della propria vita e cerca di riconciliarsi con una realtà che ha combattuto ed avversato in precedenza. Nella religione ci sono molti elementi consolatori e di conforto, utili in momenti come questi, e il modo in cui il cardinal Martini ha affrontato la propria fine può essere d’esempio anche per chi si definisce laico. Trovare rifugio in una Chiesa riformata e maggiormente aperta alla modernità nel momento della dipartita è tollerabile, ma a livello personale; non c’è motivo di ammorbare l’intero giornale.
  2. Nel momento in cui la parte tradizionale e conservatrice  del mondo cattolico ha perso potere all’interno della Chiesa con l’uscita di scena di Ruini e di Bagnasco, e rappresentanza all’infuori di essa con il crollo elettorale e di credibilità di Berlusconi e del suo partito, si cerca di portare l’elettorato cattolico all’interno dell’alveo elettorale del Pd. Esaltare il portato di riformismo sociale, di solidarietà verso la parte debole della società, di accettazione delle trasformazioni dovute alla contemporaneità, può creare una sinergia tra potere religioso e centro-sinistra ed indirizzare le indicazioni di voto dell’apparato ecclesiastico verso lo schieramento politico di cui Repubblica è manifestazione non ufficiale.
  3. Il crollo delle ideologie Otto-novecentesche combinato al momento di difficoltà attuale, dovuto alla crisi economica, impongono di trovare nuove certezze cui aggrapparsi per evitare uno sfaldamento sociale della comunità civile. Con questo obiettivo Scalfari sta cercando di costruire un nuovo rifugio, riplasmando la religione cattolica per renderla più moderna ed accettabile alla maggioranza degli individui.

Qualunque sia il motivo reale tutto ciò si concretizza in una morbosa attenzione quotidiana sull’elaborazione della liceità della comunione ai divorziati.

Non nego che l’argomento possa essere interessante ed abbia una sua notevole portata storica e filosofica. Ma appunto dovrebbe essere affrontato solo dagli specialisti, nei loro ambiti di ricerca: storici della Chiesa, teologi, filosofi, storici della cultura, forse sociologi.

Certamente non è necessario piazzare ogni giorno un articolo, che occupa un quarto della prima pagina, sull’evoluzione del dibattito interno al Sinodo riguardo all’ammissibilità di chi si è risposato al sacramento dell’eucarestia. Per l’impatto che può avere sulla quotidianità di una nazione dove  il divorzio e le seconde (e terze) nozze sono metabolizzate ormai da tempo, dove non c’è mai la fila sui sagrati per entrare a messa, e dove la comunione spesso non è fatta nemmeno da chi alle funzioni ci va, meriterebbe una notizia a conclusione del Sinodo e un editoriale nella pagina dei commenti.

Altrimenti diamo pari peso al congresso dei cuochi per stabilire se nella carbonara l’uovo vada intero o si debba utilizzarne solo il tuorlo.

la lettura come gesto reazionario

Occupano le piazze. Ma non sono di sinistra. Né scalmanati di estrema destra. Non ci sono cortei, ma immobilismo. Niente risse, tafferugli, cariche, scontri con la polizia, lacrimogeni. Solo persone ferme, ritte in piedi, con un libro in mano.

Protestano, in silenzio, in favore della libertà d’espressione. Una manifestazione controintuitiva, ma con un fine nobile. Sembrano intellettuali posati ed impegnati, intenti a difendere il valore della cultura e dell’apertura mentale nei confronti dell’oscurantismo della censura governativa.

Una forza tranquilla in difesa della ragione e della razionalità contro l’oppressione del conservatorismo di stato.

Interessante, da approfondire, vediamo di saperne di più dal loro sito.

Ritti, silenti e fermi vegliamo per la libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna

Sfugge il nesso. Come si combinano le due cose? Qual è il legame logico? Si possono difendere la pace nel mondo ed il diritto a schiacciare le zanzare? Si può vegliare per scongiurare la fame nel mondo e la tutela del decoro urbano? O per la sanità statale e la crema nei bomboloni?

Quindi? Non sono più radical chic impegnati in una nuova forma di protesta cool? Sono conservatori travestiti? La confusione sotto il cielo è grande.

I primi a tiltare sono i collettivi anarchici, i centri sociali e  l’estrema sinistra. C’è qualcuno che occupa la piazza con modalità differenti dalle loro. Reazione istintiva, da trattato di etologia, attacco belluino con botte, offese, scontri. Hanno invaso il territorio, sia fisico che culturale (la libertà d’espressione), bisogna ribadire con la forza la propria supremazia.

Il problema è reale, le forze del male si mimetizzano e si mischiano tra noi. Copiano i modi di fare del nemico, si appropriano dei loro modi di agire. Tolgono loro gli elementi di identità e di identificazione, ciò che unisce lo schieramento opposto. In questo modo creano spaesamento, rendono malvagio ciò che prima era buono. Un bianco e nero che avanza inesorabilmente cancellando i colori .

La lettura, da che mondo e mondo, è un gesto di emancipazione, serve e a fare crescere il singolo e la collettività, crea idee, fa cambiare opinioni e convincimenti, amplia gli orizzonti dell’individuo, permette la riflessione e stimola il ragionamento.

Cosa c’entra dunque la lettura con questi medievali conservatori difensori della  naturale superiorità della famiglia tradizionale, dell’amore etero, del diritto all’omofobia? Come può la lettura essere il simbolo di gente rinchiusa in sé stessa e isolata dal mondo da una campana culturale di piombo?

Ci hanno rubato la lettura ed i libri. Leggere sarà d’ora in poi un gesto reazionario. Qualcuno che legge in silenzio su una poltrona in libreria? Un omofobo! Persone immerse nella lettura sui mezzi pubblici? Biechi tradizionalisti, bigotti avanzi di chiesa. Le biblioteche? Covi di reazionari.

La lettura come gesto superato, fuori moda, legato ad un mondo retrogrado, di ignoranza,  ripudiato dai giovani perché non popolare e socialmente escludente. Per essere cosmopoliti, tolleranti, progressisti, moderni, mentalmente aperti, rivoluzionari, bisognerà radunarsi in piazza a bruciare i libri.

Non resta che aspettare il momento in cui balleranno lo ska dietro un furgone munito di Sound System per manifestare contro l’aborto.

la battaglia tra l'uomo ed il proprio fisico

Che il corpo umano sia una macchina imperfetta, piena di errori, obsoleta e degna di scomparire dalla faccia della terra è una realtà nota e ormai universalmente accettata.

Sono rari i momenti in cui operi decentemente, sia cioè in grado di produrre una performance fisica o intellettuale di buon livello senza provocare affaticamento, stanchezza, noia, imprecazioni, sensazione di aver realizzato un’impresa irripetibile.

Già nel proprio funzionamento, in sé, la fisiologia umana è soggetta ad errori, miseri fallimenti, malattie metaboliche inutili. Chiari segni che l’agglomerato umano si ostina ad ignorare permanendo in un parossistico attaccamento alla vita, condito dall’illusione autoindotta che sia irripetibile e meravigliosa. Tuttora mancano basi plausibili per questa affermazione, ma si sa che le credenze e le superstizioni sono dure a morire.

Se passiamo al livello più complesso delle interazioni con l’ambiente circostante il disastro è completo e totale. Mantenere in salute il proprio fisico è un’impresa disperata, oggettivamente impossibile. Ogni azione, ogni contatto con altri oggetti o organismi, ogni assunzione all’interno del proprio fisico di sostanze esogene è deleterio e dannoso. Bisognerebbe rimanere fermi il più possibile, totalmente immobili; ma si da il caso che anche questo faccia male.

La tragedia della condizione umana è esplicitata in termini ancora più lampanti ed autoevidenti nel momento in cui ci coglie un’illuminazione banale ma assai rivelatrice: più una cosa è piacevole ed appagante, peggiore è il suo impatto sulla nostra salute.

Il paradosso è esplicito: brevi momenti di gioia e felicità vengono pagati a caro prezzo in termini di salute e benessere sul breve e lungo periodo; mentre per mantenere una condizione omeostatica quasi decente, occorre soffrire in termini di noia, esercizio fisico, rinunce ascetiche ai pochissimi piaceri di una miserabile vita. Per riassumere il concetto in una frase:

Per non soffrire bisogna soffrire.

È un loop logico, non se ne può uscire, solo maledire ripetutamente ed in modo sclerotizzante la propria condizione.

Uno degli esempi più semplici ma più chiari di questo dramma che permea l’esistenza dell’uomo sulla terra è il cibo ed il rapporto con esso: una maledizione del demonio.

L’alimentazione ha un impatto devastante sul funzionamento del nostro corpo. Mangiare sano è la migliore medicina, mantiene in salute, migliora le performance, previene le malattie e gli scompensi metabolici che l’invecchiamento si porta dietro. Fantastico, ma mangiare sano fa schifo. Non c’è sapore, non c’è gioia, l’aspetto dei piatti è deprimente.

Il cibo è una delle poche gioie di questa tediosa esistenza, ma se è buono fa male. È una gratificazione, un premio che ci si concede, ma che premio è un petto di pollo scondito, un’insalata, un qualcosa di opaco cotto nel vapore? La malinconia passa dall’alimento all’anima, il grigiore permea la giornata del tristo salutista.

Una pantagruelica tavolata di cibi ricchi, gonfi di uova, affogati nell’unto, cosparsi di salse, fritti, colorati, gioiosi; colmi di zucchero, rivestiti di cioccolato e di croccanti biscotti al burro. Tutto questo è devastante, un’estasi di pochi minuti, se va bene di un’ora, ha effetti micidiali sui giorni, i mesi, gli anni successivi.

Se si mangia tanto in un pasto la pesantezza accompagna le ore successive: è impossibile ragionare e lavorare con un minimo di lucidità perché travolti dal Tir del sonno postprandiale; ogni attività fisica diventa uno sforzo titanico accompagnato da fiatone, pesantezza, rigurgiti di un cibo che al secondo e terzo passaggio nel cavo orale non è mai piacevole come la prima volta. Se è la cena ad essere abbondante a venire disturbato è il sonno, a detrimento di tutta la giornata successiva.

Inoltre ogni cosa buona è un’arma di distruzione di massa: grano, zucchero, latte, pizza cotta nel petrolio, prodotti della combustione delle grigliate, l’olio di frittura, sono alimenti addirittura cancerogeni che consumati sul lungo periodo sballano i valori del sangue e come tarli corrodono in uno stillicidio continuo e inarrestabile gli organi interni.

Più una cosa piace e più è pericolosa. Numerose sono le insidie, sotto forma di batteri ed agenti patogeni, che si nascondono nelle uova, nella carne cotta male, nel pesce crudo. Per non parlare delle allergie e delle intolleranze: quale dio può ricoprire chi mangia una cosa di suo gradimento di pustole, deformarlo per il gonfiore, obbligarlo a trascorrere un cordiale dopocena al bagno o peggio ancora al pronto soccorso?

Visto che l’uomo non sa rinunciare a sé stesso ma persevera nella sua alogica ed irrazionale conservazione e propagazione di specie, nascono da tale situazione delle derive che esprimono a pieno la decadenza della contemporaneità. Non so descrivere in altro modo stili di vita che ad uno sguardo alieno risultano incomprensibili e ridicoli: sostituti vegetali della carne e del latte, rinuncia alle carni rosse, diete sane e bilanciate prive di dolci, fino a degenerazioni religiose come il veganismo.

Un hardware ben progettato consentirebbe di soddisfare il proprio piacere in modo incessante e senza ripercussioni; uno delicatissimo, che richiede un’attenta manutenzione, che tiranneggia la volontà del suo proprietario obbligandolo a rinunce e all’incertezza delle reazioni nel proprio impatto con ciò che vi viene introdotto, è una palese truffa che va corretta al più presto.

Bisogna rompere le catene e ribellarsi a questa schiavitù. Intraprendere una battaglia contro il proprio corpo che può e deve terminare solamente con l’annientamento totale di uno dei due contendenti. Per questi motivi ho deciso di cambiare la mia vita ed assumere sulle mie spalle il peso dell’ingrato ruolo di avanguardia. Mangerò quello che voglio quando voglio, senza alcuna pietà per il mio fisico. Vedremo chi avrà la meglio, sicuramente l’odio tra di noi non è mai stato a livelli così alti. Indietro non si può tornare.

il perché delle decapitazioni

I Lego sono indubbiamente un ottimo gioco, formativo ed educativo. Affascina anche gli adulti, stimola la creatività; con il passare del tempo e la crescita delle espansioni ha permesso ai bambini persino una prima infarinatura nel campo della robotica e della programmazione.

Per la diffusione che hanno avuto, per l’influenza sulla società, per il numero di persone che ci ha giocato, per il tempo che ci ha giocato, i Lego sono indubbiamente un potente simbolo, nonché prodotto della cultura occidentale.

Sappiamo fin troppo bene come i terroristi musulmani, ed in particolare i nuovi fondamentalisti dell’IS, pur predicando un ritorno alle origini, ai tempi del Profeta, e rifiutando la modernità, si siano impossessati dei più moderni strumenti di comunicazione e dei simboli della contemporaneità occidentale.

Ne è esempio il sapiente uso dei video, dei messaggi via Twitter, delle finte analisi giornalistiche, dei trailer, delle tuniche arancioni usate per vestire gli ostaggi.  L’inizio della contaminazione non è stato dei più promettenti, si veda la foto di Osama Bin Laden con Bert dei Muppets ,

Influenza dei Muppet sulla cultura occidentale

ma indubbiamente la situazione è poi migliorata e gli influssi della nostra cultura sono sempre più evidenti, anche a causa del grande numero di europei di seconda generazione che fanno ritorno in Medio Oriente per combattere una battaglia che sentono loro.

Come è possibile quindi che non ci sia tra queste influenze anche quella dei Lego? Già dalle pose in cui si fanno fotografare i combattenti, l’ascendente è evidente: tengono infatti il petto in fuori, come gli omini gialli, e le braccia dritte con incastrate le armi nelle mani posizionate ad uncino.

Soldati dell'IS tengono le armi come i Lego

 

Purtroppo una delle caratteristiche più note degli omini della Lego è la possibilità di staccare loro la testa con estrema facilità. Questa si sfila agevolmente dal collo, e mantiene sul volto la stessa espressione dell’omino da vivo.

Sul piano educativo e dei significati la facilità di decapitazione toglie valore alla vita umana, il corpo diventa un oggetto scomponibile, privo di un’identità a tutto tondo ma plasmabile e ricomponibile attraverso i suoi pezzi. Si desensibilizza il singolo nei confronti del suo prossimo; quest’ultimo è un gioco usa e getta, non una persona con sentimenti ed una storia alle spalle che lo rende un individuo, prezioso in sé  ed in quanto diverso da tutti gli altri.

È facile vedere il nesso con l’uso smodato che i boia dell’IS fanno della decapitazione. Non si limitano a sgozzare gli ostaggi, ma staccano loro la testa e la pongono in bella mostra, rendendo ben visibile l’espressione che rimane sul volto delle vittime; una sinistra somiglianza ad una cesta piena di teste degli omini della Lego.

Va ricordato che la Lego è un’azienda danese, e non è la prima volta che la Danimarca ci crea guai nel conflitto culturale con l’estremismo islamico; alcuni anni fa le vignette satiriche su Maometto pubblicate da un quotidiano di quella nazione crearono una notevole dose di grattacapi e manifestazioni di dissenso verso tutto ciò che era espressione dell’invadente civiltà occidentale.

Penso sarebbe un bene boicottare l’acquisto dei prodotti dell’azienda danese, almeno fino a quando non si deciderà a saldare la testa degli omini al corpo. Questo sarebbe però solo un primo passo, perché i loro giochi nascondono altri pericoli: non manca molto, credo, a che i terroristi comincino a staccare le gambe dal busto delle vittime. E temo che se un giorno invadessero le nostre terre non esiterebbero a decostruire i nostri edifici scomponendoli in mattoni, per poi rimontarli, a causa della loro limitata fantasia, in case e moschee cubiche, forse addirittura prive di finestre e di tetto.

Diritto degli uomini all'inettitudine

Emma Watson, in un discorso alle Nazioni Unite in occasione del lancio della campagna “HeForShe”, ha affermato: “Non si parla spesso degli stereotipi di genere che imprigionano gli uomini ma so che esistono e quando se ne libereranno, come naturale conseguenza cambieranno le cose per le donne. Se gli uomini non dovranno essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno costrette ad essere remissive. Se gli uomini non dovranno esercitare il controllo, le donne non dovranno essere controllate. Uomini e donne dovrebbero entrambi sentirsi liberi di essere sensibili. Entrambi dovrebbero sentirsi liberi di essere forti”.

Quali sono questi stereotipi che imprigionano l’uomo da secoli, e lo condizionano nella propria attività al di là di quello che è il suo sentire e di quelli che sono i suoi veri desideri?

  1. L’obbligo della forza: ogni volta che c’è qualcosa di pesante da spostare, o trasportare, come scatoloni, confezioni, mobili, buste della spesa, rifiuti ingombranti, tocca all’uomo. Si suppone che essendo una attività di bruta manovalanza dove conta solo la superiore capacità fisica, sia il maschio a dover faticare. Ma ormai nessuno passa le giornate a cacciare nelle foreste, ed il rischio di perdere la propria battaglia contro il peso dell’oggetto è alto. Sotto questo punto di vista la parità dei sessi è più vicina di quanto si pensi.
  2. L’obbligo della cortesia cavalleresca: dare precedenza alla volontà della controparte femminile  è visto come un obbligo sociale inculcato fin dalla nascita. Offrirsi di fare qualcosa per o al posto di una donna, prestarsi ad aiutarla, rispettare la sua volontà quando si guarda qualcosa in televisione, si ascolta qualcosa alla radio, si programmano la giornata, le vacanze, le uscite, le cene; cedere il proprio posto o il proprio cibo sono azioni considerate naturali ma che riversano una insana luce di inferiorità sulla “femmina”. Per una reale parità dei sessi e per non indurre il maschio a ricercare disperatamente la solitudine o la compagnia dei soli amici maschi questa cortesia andrebbe abolita a favore di un rapporto schietto e sincero.
  3. L’obbligo di sapere come funzionano le cose. Dall’uomo si pretende che sia un appassionato di tecnica, che conosca tutto di alcuni argomenti come le automobili, gli elettrodomestici, l’elettricità, l’idraulica, e che sappia riparare gli oggetti che si rompono. Ma la specializzazione del mondo contemporaneo ha fatto sì che ci siano professionisti capaci, nel proprio settore di competenza, di aggiustare i danni, e che le persone lavorino per riuscire a pagarli, senza dover intervenire direttamente. Un uomo deve poter non sapere come è fatto e come funziona un motore, cosa sono i cavalli e la cilindrata, come si cambia una gomma, come si cambia una lampadina, come si aggiusta il rubinetto, o lo scarico del lavandino che non tira più, come sistemare il trasformatore o cambiare la spina di un apparecchio elettrico. Deve essere un diritto acquisito l’orrore per lo sporco di olio e grasso, per le ferramenta e per i megastore di bricolage.
  4. L’obbligo di essere “l’uomo di casa”: tenere in ordine e in salute l’infrastruttura materiale, l’orto ed il giardino. Non tutti sono entusiasti di devastarsi il fisico nel cementare, costruire con i mattoni, posare le piastrelle; o zappare, vangare,seminare, raccogliere i frutti della terra. Né di tagliare l’erba, rastrellare le foglie, potare le piante, innaffiare. Per alcuni questo è un incubo, peggiore forse di andare a teatro o vedere un balletto, quasi paragonabile a fare shopping.
  5. L’obbligo dell’aggressività. Essere maschi alfa e proteggere le donne del gruppo dalle avances e dalle offese degli elementi estranei. Fare a botte, mostrare i muscoli, aggredire verbalmente, guardare male, mettere a repentaglio la propria incolumità ed integrità fisica per il senso dell’onore fa parte di una mentalità superata; si può concedere ad un uomo nel 2000 di essere timido e nascondersi o chinare il capo di fronte alle offese ed all’aggressione di un estraneo, soprattutto se non rivolte direttamente al soggetto interessato.
  6. L’obbligo della munificenza: offrire da bere e da mangiare agli individui femminili in occasione di uscite comuni, essere prodighi di regali in occasioni di incontri o appuntamenti. Tirare fuori i soldi dalle tasche fa sempre male, un dolore psichico e fisico che può debilitare per diversi giorni; la consapevolezza della parità tra i sessi e della divisione del conto in parti uguali regala grande serenità ed aumenta la voglia di condivisione dei momenti mondani. Addirittura la gratificazione di essere spesati di tutto da una donna può portare ad un affetto illimitato ed a una riconoscenza imperitura verso la “femmina”.

Mi trovo quindi a rivendicare la parità tra i sessi, ma soprattutto il diritto dell’uomo all’inettitudine totale, sia sociale che pratica. Lo faccio in questo modesto blog, con la speranza di poter ribadire anche io questi concetti, un giorno, di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite.

L'uomo povero può essere il nuovo animale domestico.

La società si sta polarizzando, è un dato di fatto. Una percentuale sempre minore di persone detiene una percentuale sempre maggiore della ricchezza, sia a livello nazionale che globale. Aumenta la forbice tra ricchi e poveri, tra chi non sa come spendere i propri soldi e chi non ne ha quasi nemmeno per i bisogni fondamentali.

Si assiste per questo motivo a contrasti notevoli e stridenti: persone che fanno la fila alla mensa per i poveri, perché non sanno come procurarsi da mangiare; una classe media distrutta che vede andare in rovina il proprio tenore di vita ed è costretta nella vergogna a rinunce sui consumi; una classe elevata che arriva ad estremi parossistici di affetto verso il proprio animale domestico.

Esistono ristoranti, hotel, parrucchieri, negozi di vestiti per i cani; i gatti vengono viziati e coccolati con giochi, mobili, cibo raffinato, scatolette e croccantini costosissimi. Per loro si ha l’attenzione che si darebbe non ai figli, ma ai propri nipoti.

Intanto il 99% povero si arrabatta in una melma informe per cercare di sopravvivere, senza lavoro, senza motivazioni, senza voglia, guardando da lontano un mondo dorato ed irraggiungibile.

Ho riflettuto a lungo su questa nuova condizione umana, sule prospettive che mi si pongono davanti, sul da farsi per riuscire a scamparla in questa spietata jungla.

E ho notato che ho tutte le caratteristiche per poter fare l’animale domestico. Devo solo riuscire a propormi, e trovare qualcuno che voglia adottarmi.

Non so fare nulla, quindi in casa sarei completamente inutile; potrebbero insegnarmi a fare lavoretti e faccende, ma non voglio imparare. Non credo abbiate mai visto un cane od un gatto che lavano, stirano, cucinano, dipingono la casa, aggiustano i piccoli guasti idraulici, cambiano le lampadine.

Starei in casa, una presenza fissa e costante, ma non ingombrante. Darei il vantaggio di scoraggiare eventuali ladri, rispondere al telefono ed ai venditori, dare al padrone di casa la certezza di non essere da solo quando torna dal lavoro. Non sarei invadente, non farei feste come un cane, me ne starei per i fatti miei come un gatto, e mi farei vedere solamente se cercato, o se avessi bisogno di qualcosa (farmi lavare una maglia, farmi comprare qualcosa che mi serve, farmi dare un po’ di soldi per esigenze varie).

Il padrone potrebbe parlarmi se ne ha voglia, di quello che vuole (chiaramente ho l’obbligo di cercare di essere preparato sugli argomenti di suo interesse), o farsi bastare la mia muta compagnia; oppure utilizzarmi come intrattenimento, una specie di giullare medievale, pronto a far ridere con gag e battute.

Non avrei grandi esigenze, mi basta mangiare 3 volte al giorno, avere un televisore grande sul quale vedere la tv satellitare, un po’ di soldi per comprare libri, portatile, smartphone. Non so nemmeno vestirmi da solo, quindi sarei completamente succube del gusto estetico di chi si prende cura di me. Accetto volentieri cibi raffinati ed hotel, posso entrare in tutti i locali, non sporco particolarmente e sono disordinato sì, ma ritrovo sempre tutto.

Sono autonomo, posso portarmi da solo dal veterinario, o dal medico, so guidare e posso fare da autista; inoltre posso fare la spesa, scaldare vivande (con l’aiuto di un forno), andare in posta ed in banca.

In un mondo giusto e socialdemocratico avrei una badante, ma in questo medioevo contemporaneo occorre diventare una via di mezzo tra un cicisbeo ed un giullare, per potere sopravvivere.

Posso dare tanto (affetto no, fatico a trovare qualcosa di buono da dare…) (tanta presenza?), in cambio chiedo solo di essere mantenuto.

Sono forti, sono cattivi, sono determinati, sono pronti a tutto.

Così si definiscono i 30 rappresentanti di governi ed istituzioni internazionali riuniti ieri a Parigi. Il loro obiettivo è sconfiggere l’IS unendo tutte le loro abilità. Per rendere il cast più vendibile in tutti i mercati del mondo ed attirare più pubblico sono state coinvolte anche le personalità del mondo arabo; i musulmani buoni contro quelli cattivi.

Purtroppo non scenderanno in campo direttamente loro, vestiti da guerrieri, armati fino ai denti, eroici nello sconfiggere i nemici tra esplosioni spettacolari, belle donne, e scene di lotta in slow motion. Il loro compito sarà mettere a disposizione di un’azione coordinata armi, veicoli, soldi, aiuti umanitari.

Dopo l’entusiasmo dell’annuncio e del tutti per uno e uno per tutti, comincia la ritirata;  l’appoggio è sincero ma i distinguo fioccano. Chi fornisce solo 6 bombardieri, chi arma i peshmerga, chi aiuta la popolazione civile perché ripudia la guerra, chi dà pieno sostegno a parole ma quel giorno ha un impegno e proprio non può andare. In genere nessuno vuole mettere piede sul terreno, ma bombardare a distanza, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

A fare il lavoro sporco sono chiamati appunto gli arabi. Tocca a loro mettere in piedi un esercito di terra che combatta i ribelli dell’IS e impedisca loro l’avanzata in Iraq ed in Siria. C’è un problema: gli stati arabi appartengono tutti a correnti religiose ed etnie diverse, ognuno ha i propri interessi e le proprie alleanze, che gli occidentali faticano a capire, ed è difficilissimo che riescano ad accordarsi e coordinarsi tra loro, soprattutto in tempi brevi. E un’ ulteriore difficoltà: tra questi stati arabi alcuni sono stati (e forse sono ancora) finanziatori diretti dell’IS, usata come arma di ricatto o per infastidire gli stati rivali nello scacchiere dell’area mediorientale e della penisola arabica.

Tra l’inettitudine europea, la scarsa voglia di Obama e dell’Occidente di impelagarsi in una nuova guerra dopo aver ritirato le truppe da Iraq ed Afghanistan e le rivalità interne al mondo arabo, la decisione per un’azione collettiva è lontana, e la risoluzione del problema IS ancora di più.

Rimane il pathos straordinario creato da questi superuomini con il loro grintoso annuncio, Abu Bakr Al-Baghdadi sarà terrorizzato.

L’essere umano è fatto per soffrire. E si compiace e gode della propria sofferenza. Riesce a trasformarla in una occasione di festa, per questo è ammirevole ma assai difficile da comprendere.

Questa sua attitudine si manifesta appieno nelle sagre, o fiere, o feste pubbliche. Manifestazioni consacrate al’ammucchiata dedita allo svago gastronomico o merceologico.

L’intero avvenimento si configura dall’inizio alla fine come un girone infernale, ripetitivo, sempre uguale a se stesso, un’unione mistica in cui annullarsi, condividendo un disagio collettivo, che credere sollazzo rientra nella costituzione della pena.

L’impatto è devastante, ma affrontato con gioia per la promessa di gratificazioni future. Il parcheggio, cioè, è il primo grande scoglio che dovrebbe far desistere le persone assennate e confermarle nell’idea che tornare alla solitudine domestica sarebbe la scelta migliore. Colonne di vetture che procedono a passo d’uomo, clacson e offese, un frastuono appunto infernale, manovre azzardate, improbabili incroci che mettono a rischio carrozzerie e specchietti. Rabbia, adrenalina, prepotenza e menefreghismo portano a posizionare le macchine in modo creativo ed arrogante nei posti più improbabili, con la speranza che non ci siano conseguenze, alimentata dal clima di sospensione della realtà.

L’ingresso nell’arena (parco, piazza, strada di paesello che sia) cancella le promesse e mostra in modo crudo la dura realtà: non ne vale decisamente la pena. Ma le persone sembrano felici, c’è allegria, è palpabile lo sforzo di fare festa e di estraniarsi dalla quotidianità. Le bancarelle sono in circolo, le file sono ordinate, i tavoli sono già tutti pieni, l’odore dei cibi offerti si mischia a dovere. Ma bisogna pur far passare la giornata, o serata.

Il primo passo è mangiare. In un mondo ideale, quello dei sogni e delle speranze riguardo al futuro, dei vagheggiamenti romantici che si fanno mentre ci si dirige al luogo di festa, in quel mondo appunto ci si siede con gli amici in un tavolo isolato, si ordina dopo una breve attesa, si pasteggia con pietanze sì grezze, ma caratterizzate dai gusti rozzi e sani che si sono perduti. Purtroppo le tavolate sono enormi, promiscue, e non è facile decidere se l’impossibilità di sedersi per il tutto esaurito sia una fortuna o meno. Nemmeno mangiare in piedi è fattibile, la fila al banco delle ordinazioni è degna di un grande concerto, e la logica suggerisce che sia impossibile da smaltire completamente entro la durata della festa.

Come ripiegare? Street Food. Ci sono numerose alternative, tutte deludenti rispetto alle aspettative iniziali. Sorpresa, la fila per prendere una piadina, un panino, una pannocchia, è la stessa del ristorante. Ti rendi conto che c’è qualcosa di magico quando decidi di aspettare per ore un qualcosa che potresti prepararti in casa, meglio, in due minuti, e che per ottenerlo dovrai pagare una cifra spropositata. Il torpedone si trasforma in occasione di socializzazione e di divertimento, che altro non è che condivisione della sofferenza.Ti chiedevi come avresti fatto trascorrere alcune ore in un posto di pochi metri quadri, ora lo sai, ma non avresti mai immaginato che sarebbe stato come in posta.

Finita la prima quest, la prossima tappa è prendere da bere. Per fortuna la copiosa presenza di stand garantisce un rapido approvvigionamento ed una discreta varietà. Non tutto può essere bello: i prezzi sono proibitivi, per raggiungere un livello di mancata sobrietà che permetta di reggere questo degrado servono tasche gonfie, e questo aumenta la depressione nata dal trovarsi in quel luogo, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

Che fare ora? Il giro per le bancarelle ! Una sfilata sfocata di oggetti inutili, improbabili, scadenti, privi di interesse. Che però per far passare il tempo diventano attraenti, motivo di dibattito, e incredibilmente di acquisto. Ci devono essere regole di marketing psicologico esoteriche e difficili da comprendere ai non iniziati. È in questa occasione che si esplicita a pieno il parallelo con i gironi infernali. Le bancarelle sono a cerchio, e si è costretti a percorrere questo cerchio più e più volte. La massa si divide in due gruppi, uno gira in direzione opposta all’altro. Ad ogni giro i due gruppi si ingrossano aumentando i membri tra le proprie fila. Si arriva alla calca: per procedere devi sbattere contro altre persone, strofinarti, abbracciarti, sentirne il sapore e l’odore, raggiungere con loro livelli di intimità che pensavi preclusi dal comune senso del pudore. Senza accorgertene arrivi al punto di essere trascinato dalla folla senza sapere la direzione, abbandonato a te stesso ed alla volontà generale, privo della speranza di poterne uscire mai, rassegnato alla vita che ti è stata data.

Ma la massa acefala ha in realtà un obiettivo, e ti trovi trasportato in un luogo al di fuori del Circuito. Siamo tutti radunati nello spiazzo dove si svolge la rappresentazione che dà significato all’avvenimento. Impossibile vederla, troppo lontani e coperti da sagome; impossibile allontanarsi, troppo in mezzo alla materia umana per riuscire ad uscire. Bisogna subire l’entusiasmo passivo per il rito che si svolge uguale tutti gli anni, si pazienta, si spera che sia l’ultima espiazione.

E lo è. Incolonnati si fa ritorno alla macchina, incolonnati si esce dal parcheggio, incolonnati si percorre la strada. Ma questa volta è diverso, ci si sta liberando dalla cappa di stregoneria che aleggiava sulla festa, si riprende contatto con la realtà svegliandosi gradualmente dall’incubo; si ha la consapevolezza che quest’ultima coda potrà portarti a rivedere la luce. Finalmente è finita.

Arrivederci all’anno prossimo.

Putin e Renzi si affrontano sulla questione ucraina

Renzi: “il mio piano in 1000 giorni per scardinare il sistema”; Putin:”prendo Kiev in due settimane”.

Le due dichiarazioni compaiono una di fianco all’altra nelle prime pagine dei giornali. Gli obiettivi con tutta evidenza contrastano sia per la potenza evocata che per i termini temporali. Renzi, in quanto premier della nazione che ha la presidenza del semestre europeo, si trova, anche se solo formalmente, a dover fronteggiare in prima persona la minaccia di Putin verso l’occidente.

Le strategie comunicative e le situazioni in cui si trovano i due contendenti sono diametralmente opposte.

Renzi è nella situazione di dover rilanciare un paese in crisi: economica, sociale, culturale. Putin, dopo aver stabilizzato la situazione politica interna cerca di cementare l’opinione pubblica e di zittire le voci di dissenso interne ricompattando i governati intorno al nazionalismo, alla minaccia di attacchi esterni e alla grandeur imperialistica.

Reduce da una stagione di marketing politico berlusconiano fatta di negazione del reale in difesa dell’esistente, Renzi intercetta il desiderio di cambiamento radicale emerso nella politica italiana e se ne fa portavoce. Si pone sempre in prima persona portando proposte forti, scommesse quasi irrealizzabili, promesse di stravolgimenti che fanno presa sulla stanchezza di una popolazione quasi esausta. Procede per slogan semplici, li aggiorna ogni due o tre mesi, pone limiti temporali e tabelle di marcia, costruisce siti per monitorare e dare conto del progresso delle riforme da lui volute e concretizzate. In realtà molti dei progetti annunciati vengono moderati, abbandonati o rivisti a causa dei necessari compromessi con le altri parti politiche e con la realtà dei fatti; il continuo rilancio di nuovi slogan e progetti serve appunto a coprire la possibile delusione per la non piena realizzazione di quelli passati.

Putin, nell’eterno ritorno che è la storia russa, ripercorre le tappe che furono dell’Unione Sovietica. Il crollo di regime seguito alla caduta del muro di Berlino ha precipitato la Russia nella crisi politica ed economica, con cessione di territori appartenenti alla federazione e perdita di influenza sulle “democrazie popolari”dell’Europa Orientale. Putin, che dell’ URSS è figlio in quanto ex agente KGB, è riuscito a porre un freno all’anarchia economica riportando sotto il controllo diretto o indiretto dello stato tutte le principali attività ed industrie, soprattutto quelle legate alle materie prime. Ha ridato stabilità politica ristabilendo in modo “velato” il partito unico, permettendo cioè la presenza sulla scena politica del proprio partito maggioritario e di partiti alleati o comunque accondiscendenti alla linea di governo, reprimendo in modo anche violento l’opposizione vera. Ha creato consenso e attaccamento alla propria figura proponendosi come leader forte e paladino di un nuovo nazionalismo russo che mira a recuperare alla nazione e a proteggere tutti i russi al di fuori dei confini nazionali.

Nella sua azione propagandistica, al contrario di Renzi, non si pone in prima persona negli annunci più delicati o nella diffusione delle idee più estreme (sulla censura, sull’omofobia, sulle provocazioni verso l’esterno), ma fa lanciare ballon d’essai a personaggi minori del proprio entorurage, o governo, e valuta le reazioni della popolazione. Quando questa è negativa provvede a riprendere pubblicamente il sottoposto fino ad eliminarlo dalla scena politica ma intanto ottiene l’effetto di aver instillato nell’opinione pubblica la nuova idea lasciando che questa si abitui e piano piano la accetti.

La ricerca del consenso di Putin  non si basa sul continuo rilancio di promesse, ma sulla dimostrazione di forza, sul desiderio della nazione di tornare una potenza, a livello dell’impero zarista o dell’URSS. Per fare questo ha recuperato due leit motiv della storia russa: l’assedio delle potenze occidentali, la necessità di una zona di protezione, di una sorta di cuscinetto, che tuteli la sicurezza della Russia rispetto ai pericoli provenienti da Ovest.

L’Ucraina, la Bielorussia, gli stati baltici, in quanto popolati in gran parte da russi e storicamente appartenenti all’impero, devono rientrare secondo l’ottica putiniana di potenza a pieno diritto sotto la proprietà o almeno l’influenza della Russia; la ferma opposizione delle nazioni occidentali raggruppate nella NATO, la loro rivalsa attraverso il boicottaggio economico, dimostrano in modo evidente le ragioni della Russia, il timore che questa provoca, e quindi il riconquistato ruolo di potenza internazionale.

L’assedio dei soldati ucraini, finanziati dalle nazioni occidentali, alle città dell’est dell’Ucraina a maggioranza russa, nel revival storico riportano alla vita gli assedi e le invasioni subite dall’URSS da parte dei nazisti nel corso della seconda guerra mondiale. Per questo gli ucraini vengono definiti nazisti, e la guerra non è più civile, come dopo la prima guerra mondiale, ma partigiana, come durante la seconda.

Che questo parallelo storico sia reale lo dimostrano le appartenenze dei volontari sui due fronti della guerra ucraina. L’esercito ucraino è coadiuvato da formazioni paramilitari di estrema destra e da militanti post-fascisti di tutta Europa, tra i quali alcuni italiani aderenti a Casa Pound. Sull’altro fronte si trovano volontari anti-fascisti , giunti dai centri sociali di sinistra per combattere i nazisti sull’altro fronte, e giovani nostalgici sovietici con i tatuaggi di Lenin e Stalin, che si propongono di difendere il popolo russo ed i civili filorussi dall’invasione violenta delle potenze occidentali.

Si confrontano, simbolicamente, due modi di fare politica diversi per obiettivi e per stile: la politica 2.0 di Renzi, nuova e contemporanea, fatta di immagine, di comunicazione, di pubblicità, di costruzione di un mondo virtuale come promessa di un futuro migliore, la cui utopia è negata dal preciso e dettagliato programma di riforme; la politica tradizionale ed otto/novecentesca di Putin, costruita sull’idea di nazione, di impero, di zone di influenza, di conquista e di geopolitica, di mentalità cicliche e ricorrenti che caratterizzano lo spirito di un popolo.