La beneficenza si fa ma non si dice.

Questo non è più possibile nell’era dell’immagine e dei social. Per una giusta causa, raccogliere fondi in favore della ricerca sulla SLA, è nata la nuova moda virale dell’ Ice Bucket  Challenge: ci si rovescia addosso una secchiata di acqua ghiacciata, si dona una cifra, si sifdano altre persone a fare altrettanto.

La sfida è nata tra i VIP statunitensi, come è giusto che sia;  sono loro che hanno i soldi, ed il modello di beneficenza di quella nazione prevede il forte contributo volontario e privato, che ha sempre sostituito un consolidato welfare in stile europeo. Il gesto risente molto del clima culturale contemporaneo: va filmato, quindi diffuso per farsi vedere, per ribadire la propria immagine; inoltre è condizionato dall’idiozia autolesionista sdoganata da Jackass, ma ridotta per l’occasione a qualcosa di gestibile da tutti, pur rimanendo ridicolo.

Dalla visibilità nasce il problema, e la tragedia, della viralità. Dai ricchi e famosi “americani” la moda si diffonde e contagia sportivi e personaggi pubblici degli altri paesi. Da questi il virus è poi trasmesso a cascata a categorie sociali sempre più improbabili e grottesche.

Lo spirito di emulazione ed il bisogno di appartenenza ad un gruppo produce una serie di filmati scadenti e ripetitivi che intasano le homepage di facebook e di twitter, in una serie di nomination incrociate e di ricatti morali. “Io l’ho fatto, faccio parte dell’elite, fatti contagiare anche tu e sii felice fondendoti nel nulla collettivo”. È lo stesso principio che ha sancito il successo delle miriadi di braccialetti associati ad una qualche campagna e dell’Harlem Shake della scorsa estate.

Lo scadimento è stato immediato quando il Challenge ha coinvolto lo “star system” italiano, forse per quel caratteristico retrogusto trash che assume tutto ciò che viene toccato dai nostri personaggi pubblici. L’affossamento definitivo nel momento in cui a farsi filmare è stata la pletora di youtubers e star da social, i quali per sfruttare il loro potere di disintegratori identitari hanno ripetuto il rito più volte e hanno organizzato flash mob con esecuzioni di gruppo della sfida.

Naturalmente non si è fatto scappare l’occasione Renzi, che sull’apparire e sul fare quello che piace alla gente comune ci ha costruito una presidenza: calato a pieno nel suo ruolo pionieristico, è chiaramente il primo politico che partecipa al Challenge, dimostrandosi uno del popolo, con l’obiettivo di riavvicinare quest’ultimo e la “casta”. Peccato che a causa del suo ruolo avrebbe i mezzi per sostenere la ricerca sulla SLA ben al di là della donazione personale; ma farlo attraverso i decreti avrebbe una visibilità diversa.

Il fondo si tocca e si scava negli ultimi giorni con i filmati fatti male di gente sciatta, che in ambientazioni di pessimo gusto si tira addosso in modo sgraziato delle secchiate d’acqua gelida; ne seguono improbabili nomination di parrucchieri, macellai e vicini di casa, come fosse una gara di gavettoni.

La curiosità è tutta nel vedere come proseguirà questa moda (spero nel modo più truculento possibile), attraverso step che mi piace immaginare siano: tagliarsi il palmo della mano, farsi staccare un dente da una macchina in corsa, farsi marchiare a fuoco. Per un gran finale con la Roulette Russa Challenge.

Obama ha definito l’impegno contro lo Stato Islamico una battaglia contro “questa ideologia nichilista”. Credo che la questione sia da ribaltare.

In questo momento l’ISIS attira, preoccupa e fa parlare di sé perché è una risposta di senso. Ha un’organizzazione, ha dei valori, fornisce un’ideologia e le relative certezze, è radicale, è violenta e per questo affascinante.

Con il Novecento sono morte le ideologie; ma non è morto il bisogno di un orizzonte di senso, di un sistema di regole e ideali che fornisca una direzione ritenuta giusta e coerente che possa fungere da guida nella formazione dell’individuo.

In Occidente cosa è rimasto per soddisfare questa esigenza? Un surrogato omeopatico composto da: fatti un bel curriculum, cerca un lavoro prestigioso, in ogni caso fai in modo di avere tanti soldi, appari bello e di successo. Dal 2008, con l’inizio della crisi economica, anche questi residui valori sono evaporati; l’unico scenario per chi si affaccia alla scena del mondo è una sopravvivenza priva di gratificazioni, con nessuna prospettiva futura per cui valga la pena sacrificarsi.

Certo la ribellione c’è: Occupy Wall Street e i movimenti europei analoghi che protestano contro l’1% più ricco. Ma sono fuochi di paglia, fanno molto rumore per poi spegnersi dopo poco in un nulla di fatto. Ricordano in questo i movimenti del ’68, e credo che il fallimento sia dovuto alle stesse ragioni: non sono strutturati, criticano l’esistente ma non propongono un modello alternativo; insomma non hanno un’idea forte alle spalle che consenta di passare dalla fase destruens a quella construens.

L’ISIS offre tutto ciò che serve a chi rifiuta il modello unico ora dominante: ci sono le certezze di un’ideologia forte, strutturata, elaborata, che fornisce sicurezza, ideali, ed un modello di mondo futuro, contrapposto all’attuale, tale da giustificare gli sforzi e le rinunce del presente. Ha un’organizzazione, aderendovi si può percepire il senso di appartenenza e di identificazione che manca nella società liquida e parcellizzata del nuovo millennio. La violenza e la radicalità delle sue azioni esemplificano il modello noi vs loro tipico delle culture di ribellione giovanile: è efferata, ci sono sangue, morti e stupri, insomma un’eccezionalità che infrange la routine ed il buonismo quotidiani.

La sua immagine è potente: i membri sono vestiti di nero, hanno sempre le armi in mano, sanno rappresentarsi in immagini di forza e vittoriose; è moderna: c’è un ampio e sapiente uso delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione social, come dimostra il loro ultimo ricatto al presidente degli Stati Uniti (che ricorda quello posto al primo ministro britannico nella serie TV Black Mirror: accoppiarsi con una scrofa per non far uccidere la principessa rapita).

Per riprendere il paragone con Il Novecento e le sue ideologie L’ISIS fornisce ai giovani di oggi l’occasione per soddisfare l’esigenza del gesto eroico, del rito di passaggio della guerra che rende definitivamente uomini: un’esigenza che aveva fatto accogliere entusiasticamente il conflitto bellico con un’esplosione di volontarismo in entrambi le guerre mondiali. La Siria/Iraq di questi giorni è una sorta di Spagna del ’36, una guerra civile che si trasforma in conflitto globale ed in scontro tra due diverse ideologie.

Con questa chiave interpretativa la risposta armata è utile solo nell’immediato, cura infatti i sintomi ma non la malattia. La risposta più efficace sarebbe un’elaborazione solida e coerente di nuove dottrine politiche e nuovi modelli di sviluppo socio/economici, che non lascino spazio all’integralismo ed al ritorno di ideologie totalizzanti, infilatisi nelle crepe e nei vuoti del panorama culturale contemporaneo.

l'assist di Fabregas è il bello del calcio

Il calcio è ormai noioso.

La qualità è tutta concentrata in poche squadre che hanno molti più soldi da investire delle altre, in una polarizzazione che rispecchia quella della distribuzione della ricchezza mondiale. Inoltre aumentano le competizioni, le partite per ogni competizione, le squadre iscritte ad ogni competizione. In questo modo, supponendo una qualità costante, la poca che avanza dalla concentrazione nei grandi club è spalmata e diluita in una miriade di altri team.

Si aggiunga il fatto che è possibile vedere qualsiasi cosa, e, almeno per me, la frustrazione dell’impossibilità materiale di seguire tutto provoca una reazione di rifiuto ed abbandono. La settimana è satura, ci sono partite ogni giorno, ad ogni ora e programmi di approfondimento.

Giocando così tanto non si esprime un livello qualitativo del gioco appagante e costante nell’arco della stagione e delle singole partite. Ci sono pause, match giocati con scarse motivazioni mentali e poche energie fisiche; gare di campionato tra squadre di livelli nettamente diversi che si risolvono in tediosi assedi sottoritmo in attesa di una singola giocata, che costringono lo spettatore a 90 e più minuti di rassegnazione sul divano.

Non aiuta il nostro punto di vista “privilegiato” di italiani. Da noi mancano anche i club ricchi, quindi l’appiattimento è totale, le partite decorose nel corso di una stagione si contano sulle dita di una mano, e se una squadra è un attimo più organizzata stravince il campionato togliendo  quel poco di pathos che derivava dall’attesa dei risultati.

Le motivazioni a seguire questo sport calano ulteriormente se si analizzano le vicende politiche che vi stanno dietro. Personaggi che sembrano usciti dagli anni ’70, tanto che anche la fotografia dei servizi nei telegiornali si deforma per tornare  a quel periodo, che incarnano una mentalità piccolo borghese connotata dalla furbizia pelosa, dal vantaggio nell’immediato privato di una qualsiasi visione programmatica del futuro.

Perché non si riesce dunque ad abbandonare completamente il calcio?

Perché ci sono momenti di splendore, sorta di apparizioni luminose che squarciano le tenebre della noia, per le quali vale la pena passare ore inutili davanti al televisore. Azioni collettive, gesti tecnici clamorosi e impensabili, irrealizzabili dalle persone comuni (che comunque proveranno ad emularle nei campi amatoriali di calcio e di calcetto), che esaltano e lasciano l’emozione tipica di quando si ha il privilegio di assistere a qualcosa che esce dall’ordinario, che va vissuto, memorizzato e raccontato.

Uno di questi momenti si è verificato ieri sera, in Burnley-Chelsea, prima giornata del campionato inglese; il gol del 2-1 è un esempio di azione collettiva coordinata ed orchestrata con la precisione di una coreografia, dimostrazione che avere tanti buoni giocatori insieme qualche vantaggio sull’avversario lo porta. Ma l’opera d’arte è l’assist di Fabregas: al volo di controbalzo sistema il pallone all’altezza giusta, con la velocità giusta, per permettere un comodo appoggio in rete a Schurrle, sorprendendo e prendendo in controtempo la difesa avversaria che si aspettava probabilmente un tiro al volo.

Chiaramente dopo il gol del 3-1, al 34′ del primo tempo, la partita è finita, e si è trascinata stancamente ed inutilmente per altri 60 minuti. Tutto il bello ed il brutto del calcio.

 

 

morte di un VIP

Quando muore un personaggio pubblico è una festa. Se lo fa di notte o di prima mattina ancora di più.

Ti svegli e guardi le notizie sullo smartphone, leggi del decesso e sale l’eccitazione. Subito dai un’occhiata a Facebook per studiare lo stato dell’arte, quanti ne sono già a conoscenza e che tipi di commento sono apparsi nelle varie cerchie di amici.

A questo punto è il tuo turno, ed hai una serie di opzioni per agire, per stabilire che immagine di te vuoi dare, per aprire la caccia ai like.

  1. Ancora pochi (o nessuno, quasi impossibile) lo sanno: cerchi fonti autorevoli per verificare che non sia la solita gag in stile “è morto Renzo Arbore” nella quale sei già caduto più volte, con annessa figura vergognosa; quando sei sicuro condividi un link da un sito affidabile accompagnato da poche parole di cordoglio, del tipo “R.I.P.” o “eri un grandissimo”. Il tuo obiettivo è smuovere le coscienze ed essere il primo riferimento da cui partiranno ad albero condivisioni e discussioni su altre bacheche.
  2. Scrivi una breve citazione da un suo libro, canzone, film, di quelle più banali e conosciute perché tutti possano capire di chi stai parlando, oppure ricordi uno dei suoi libri, titoli, personaggi più famosi perché il tuo pubblico possa dire “ah, ma è quello che ha fatto…”
  3. Ti accorgi che le banalità sono già state tutte prese allora ti distingui scrivendo: “io invece me lo ricordo per…” e riporti una delle sue opere meno note, anche se brutta ed a ragione misconosciuta, “mi ha commosso e mi ha colpito perché lì …” cercando un aspetto che denoti la tua sensibilità ed unicità, i tuoi interessi peculiari che avevi in comune con il defunto, per i quali ti mancherà.
  4. Sei in ritardo, tra mainstream ed erudizione delle altre bacheche sai già  molto del VIP e puoi distinguerti con un panegirico in suo onore stile orazione funebre; vuoi tirare le somme del lutto, fingere di essere un opinion leader e mettere la parola fine alla processione coprendo la bara con l’ultimo pugno di terra.
  5. Tu conoscevi bene, da fan,  chi è morto e spetta invece a te l’ultima parola; analizzi con cognizione la sua vita, le sue  opere e la sua personalità, meriteresti il successo nella competizione social. Ma ormai sei arrivato tardi, tutti hanno già detto la loro e nessuno ha più voglia di leggere il tuo necrologio. Puoi sentirti comunque il vincitore morale.
  6. Vuoi essere cinico per cambiare target e raccogliere i “mi piace” di chi vorrebbe farlo ma non ha il tuo coraggio: dichiari palesemente ed in modo liberatorio che non te ne frega niente e che ti aspetti di leggere frasi fatte, errori di persona e nell’attribuzione delle opere. In questo modo ti garantisci un successo sicuro ma inferiore a quello portato da un lutto commovente e ben fatto, riceverai critiche ma ti assicurerai anche una buona dose di commenti.
  7. Ti dedichi all’umorismo nero, o macabro. Fai doppi sensi sul modo in cui è morto il personaggio pubblico, sui suoi difetti ed errori in vita, su quello che non ti piaceva di lui, sulle allusioni e sui gossip che lo riguardavano. Il risultato può essere fastidioso e non compreso da tutti, rischi di oltrepassare i limiti o di scavarti una nicchia tra l’asociale ed il nerd.
  8. Ormai gli scaffali sono vuoti e devi andare sul raffinato: fai sarcasmo sul lutto, scrivi un post meta-qualcosa dove dai ad intendere ad una prima lettura la tua commozione, ma ad un secondo passaggio alcuni eletti possono percepire una critica all’ipocrisia ed alla decadenza della società social-globale che finge di soffrire per persone che non conosce e che sono vuote icone commerciali. Probabilmente sei solo come un cane o frequenti poca gente orribile.

La giornata sarà piena, occuperai il tempo a controllare le tue notifiche, a commentare le bacheche degli altri, ad autocitarti, a pensare le mot juste per farti notare all’interno del capannello funebre virtuale riunito nella piazza di Facebook fino a notte.

Come ogni festa non può durare per sempre. La mattina dopo il duro impatto con la realtà: “Oggi non è morto nessuno; mi annoio, una giornata buttata nel cesso”. Questo è il vero lutto.

il malcostume in piscina

Domenica libera, è in programma una giornata di svago in un residence dotato di due piscine ed una vasca idromassaggio. Le due piscine sono distanti e su livelli diversi, per raggiungere l’idromassaggio occorre girare attorno ad una di esse e salire dei gradini.

Essendo una domenica d’agosto prevedo che ci sia molta gente, ma non tanta da occupare completamente lo spazio vitale intorno alle vasche.

L’appartamento di fronte al nostro solitamente è vuoto, è sempre stato in vendita da quando ho memoria. All’arrivo la prima sorpresa: le finestre sono aperte, lo hanno venduto e c’è qualcuno dentro. La seconda sorpresa: i parcheggi sono riservati e nominali, ma c’è un’enorme vettura, mai vista, che ne occupa abusivamente uno. La macchina è un incrocio tra una monovolume ed un tir, è in grado di contenere, da verifica empirica, 8 persone, 8 biciclette, l’arredamento di una villetta. Le sue dimensioni debordanti occupano l’area di parcheggio ogni oltre immaginabile fastidio.

Scopro presto con disappunto che gli occupanti della vettura sono anche gli occupanti dell’appartamento di fianco al mio: sono un nonno, una nonna, una coppia di mezz’età e un numero imprecisato di bambini tutti uguali, c’è pure un cane.  Dalla targa so che sono tedeschi, immagino siano disciplinati e silenziosi, mi consolo così.

Con il passare delle ore mi rendo però conto che la famiglia tedesca è l’equivalente di una qualsiasi famiglia patriarcale di italiani in vacanza: urla belluine in linguaggio gutturale, inseguimenti, oggetti ovunque, partite di pallone nei corridoi agli orari più improbabili. Sono rassegnato; ma il resto del parcheggio è vuoto, potrò trovare conforto in un qualche angolo isolato del complesso.

Ci sono ormai 30 gradi, sono le 17, decido che è l’ora di fare il bagno. Studiando i movimenti dalla terrazza ricostruisco una mia mappa mentale delle forze in campo ed escludo la piscina in basso perché già occupata dal circo tedesco accampato di fianco alla mia abitazione. Mi dirigo alla piscina in alto, vedo in lontananza dei teli appesi ma penso che con un po’ di coraggio riuscirò a condividere lo specchio d’acqua.

Quando arrivo scopro con disgusto che anche questa piscina è militarmente occupata da persone di cui ignoravo l’esistenza, non ci sono segni materiali della loro presenza all’interno del residence. Giungo alla conclusione che siano presenze metafisiche legate ad una allegoria delle vacanze agostane, o manichini di una performance live messi a posta per un oscuro motivo.

La convinzione si rafforza quando noto che sono tutti immobili, dislocati geometricamente in modo da impedire il passaggio verso l’altro lato e la gradinata che conduce all’idromassaggio. Non si parlano, non si guardano, quelli in acqua galleggiano inespressivi e rassegnati, quegli altri stanno al sole con un pessimismo che fa invidia a Montale. Provo a salutarli, non rispondono. Dalle loro età credo siano un nucleo familiare, in tal caso la rappresentazione plastica della crisi irrecuperabile della famiglia borghese.

Va bene, faccio lo slalom tra queste anime morte e salgo i gradini. Ennesimo colpo di scena: sdraiata su questi ultimi c’è una coppia intenta ad abbronzarsi che non mi considera e che devo calpestare per poter proseguire. Ho raggiunto l’invisibilità, o forse sono morto, meglio ancora sono in una assurda dimensione parallela con nuove consuetudini sociali.

Riesco a rilassarmi nell’idromassaggio, non succede null’altro di strano, al ritorno verso il mio appartamento ritrovo tutto come era all’andata, e io continuo ad essere invisibile.

I tedeschi persistono a festeggiare il loro capodanno pagano ad Agosto con grida, botti e spari, io scrivo questo post e spero di risvegliarmi domattina in una realtà plausibile, o almeno decorosa.

Con l’entrata nel XXI secolo hanno cominciato ciclicamente a proporsi ondate di allarmismo per il diffondersi epidemico di malattie che avrebbero clamorosamente ridotto il totale della popolazione mondiale.ebola_suit

Frutto della globalizzazione, che permette rapidi spostamenti e riduce le distanze tra le varie parti del mondo, per cui ormai ci riguarda direttamente quello che succede anche molto lontano da noi, e della crescente influenza e diversificazione dei media, sono nate e si sono diffuse psicosi che come tormentoni occupavano ed occupano gran parte dello spazio informativo per poi sparire nel dimenticatoio una volta “commercialmente” bruciate.

Tutto è cominciato nel 2003 con la SARS,  influenza potenziata che si trasmetteva attraverso le vie aeree e poteva portare facilmente alla morte: per alcuni mesi i giornali trasmettevano il bollettino di guerra della inarrestabile avanzata del fronte del contagio, e chiamavano la popolazione alla battaglia fatta di mascherine, continua pulizia delle mani, evitamento dei luoghi chiusi affollati e del contatto diretto con le persone.

Nel 2005 fu il turno dell’influenza aviaria, recrudescenza della SARS che si diffondeva tra i volatili, passava da questi all’uomo ma fortunatamente non sviluppò un ceppo in grado di trasmettersi da uomo a uomo. Questa volta la psicosi aveva trasformato la società occidentale  in un enorme set de “Gli Uccelli” di Hitchcock: si scappava dai piccioni come da serpenti velenosi, si cominciava a tremare quando si sentivano dei suoni provenire dagli alberi, dai tralicci, dai portici, e si evitava la carne di pollo come se fosse cianuro.

Con il 2009 fu il turno dell’influenza suina, sviluppatasi in Messico e penetrata negli Stati Uniti, si sovrappose in Europa all’influenza stagionale. Nei luoghi pubblici si diffusero cartelli con le istruzioni per evitare il contagio e si pregavano le persone che presentavano i sintomi anche di un semplice raffreddore di starsene a casa per il bene della collettività. Si trovò anche l’antidoto con un vaccino sviluppato in tutta fretta, che venne a sua volta presentato come molto pericoloso; il singolo fu posto davanti ad una scelta che si configurava come una partita alla roulette russa: rischiare di ammalarsi di un morbo mortale o prevenirlo con un farmaco dalle conseguenze imprevedibili.

L’episodio più ridicolo, nel 2011,  coinvolse invece un batterio, quello dell’Escherichia coli, ed un improbabile veicolo di trasmissione, il cetriolo. Nonostante tutti i tentativi di creare un allarme smodato per l’ortaggio killer, il suo scarso successo alimentare non creò una apprensione che andasse oltre il chiedere di togliere la fettina verde dall’hamburger nei fast food, cosa che accadeva già prima per la sua caratteristica sgradevolezza. D’altronde il focolaio fu in Germania, e si sa che i tedeschi non hanno un grande talento per la fiction di genere, tanto che nemmeno Soderbergh è riuscito a fare un film su questa piaga.

Veniamo ai giorni nostri e all’allarme Ebola.  La questione è sicuramente seria, si parla della peggiore epidemia negli ultimi 40 anni… appunto, “degli ultimi 40 anni”. La malattia esisteva anche prima e mieteva vittime, ma la paura generalizzata è oggi resa possibile dalla creazione del villaggio globale. Lo sviluppo del morbo (febbre emorragica con perdite di sangue) è sufficientemente truculento per fare colpo, il luogo di origine, l’Africa, si presta ad uno scenario di assedio stile zombie con attacchi via aria (i collegamenti aerei) e via mare (gli sbarchi) alla “fortezza” Occidente. La proclamazione  da parte dell’OMS dello stato di emergenza internazionale non invoglia all’ottimismo, ma un discreto carico lo mette l’insistenza dei mezzi di comunicazione sui termini emergenza,  contagio,  propagazione, epidemia; la spiegazione pacata e razionale di quel che sta succedendo e delle possibili conseguenze a livello mondiale è o esclusa, o accennata, o relegata ai trafiletti. Il panico non si è ancora diffuso e non ha dato chiari segni di manifestazione che non vadano oltre il trito fatalismo e la rassegnazione crepuscolare. Sicuramente è cominciata la caccia all’untore: in Sicilia i poliziotti si fingono malati per non prestare servizio di accoglienza ai migranti provenienti dalle coste africane a causa della paura del contagio; in molti criticano i volontari che non lasciano le popolazioni in emergenza al proprio destino ed anzi, aiutandole, portano il virus all’interno della fortezza. Donald Trump ad esempio ha scritto questo tweet :

Coloro che si recano nelle zone remote del mondo per aiutare il prossimo sono meravigliosi, ma devono subirne le conseguenze!

riferendosi al rimpatrio,per ricevere le cure, dei volontari americani Brantly (medico) e Writebol (missionaria).

Non resta che rimanere in attesa degli sviluppi, sperare che da un punto di vista eurocentrico si risolva tutto nella solita bolla di sapone, e che non si degeneri in episodi di isteria incontrollata e pericolosi sotto l’aspetto del razzismo, conseguenza del luogo di provenienza degli eventuali vettori di contagio.

 

La rivoluzione della politica e della società italiane

Per il secondo trimestre consecutivo il PIL dell’Italia è negativo, siamo perciò tecnicamente in recessione.

Questa notizia sembra una dura mazzata dopo i sacrifici  imposti dai governi Monti-Letta e la ventata di ottimismo portata dal nuovo primo ministro Matteo Renzi. Dunque le riforme, le promesse, lo slancio entusiastico propugnati in questi mesi sono state vane speranze perdute nel vuoto, o peggio ancora prese per i fondelli?

Tutt’altro!

Il progetto di Renzi è una difficile trasformazione a tutto tondo della società italiana, forse ancora condizionato dall’idea dell’uomo nuovo dei regimi totalitari del secolo passato; le riforme che con passo spedito sta imponendo al paese riguardano un sistema politico più snello ed efficace, lo smantellamento delle rendite di posizione e delle burocrazie che ostacolano la libera espressione dello spirito imprenditoriale, la lotta al fisco opprimente, la meritocrazia e la valorizzazione dei giovani talenti.

La parte più importante del progetto, ma la più difficile da comprendere e da accettare per un elettorato ed un popolo abituati a ragionare in maniera vecchia e sclerotizzata, è quella della decrescita felice.  L’abbassamento progressivo e costante del PIL è in realtà un grande successo, cercato, voluto ed ottenuto con l’obiettivo di mettere l’Italia in prima fila e darle un vantaggio competitivo sulle altre concorrenti. Ormai l’idea di una crescita magnifica e progressiva del Prodotto Interno Lordo è vecchia e  superata, d’altronde

 Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista 

(Kenneth Boulding)

L’errore di Renzi è non aver sostituito questo indicatore con un ben più significativo indice di benessere complessivo. L’italiano sta imparando a godere dei piaceri naturali che la nazione può offrirgli: il mare, il sole, la pizza, i prati verdi, l’ottimo cibo, le belle canzoni, i soldi dei nonni e dei genitori. Sta finalmente affrancandosi dal suo ruolo di consumatore stupido e ammansito dalla TV, e sta riscoprendo la bellezza della povertà, e tutta la felicità che in essa può ritrovare.

Non c’è soltanto la dilapidazione irreversibile dell’ambiente e delle risorse non sostituibili. C’è anche la distruzione antropologica degli esseri umani, trasformati in bestie produttrici e consumatrici, in abbrutiti zapping-dipendenti

(Cornelius Castoriadis)

A testimonianza di come questa mentalità stia piano piano facendo breccia nella popolazione c’è la questione degli 80 euro in busta paga: questi non hanno in alcun modo favorito i consumi e non hanno dato alcun impulso alla crescita economica; nonostante la tentazione, la golosa esca all’amo, l’italiano ha dimostrato una maturità commovente.

Questo ritorno ad Arcadia volenti o nolenti si abbatterà sull’intera popolazione mondiale; i nuovi modi di produzione e gli impressionanti sviluppi dell’ Intelligenza Artificiale ci portano verso una organizzazione aziendale dove l’impresa impiegherà solo un uomo ed un cane: l’uomo deve nutrire il cane ed il cane deve tenere l’uomo lontano dalle macchine.

Abituarci prima degli altri alla povertà è un grande favore che Renzi  ci sta facendo e lo sta facendo molto bene, lottando in un mare in tempesta contro i pregiudizi e le mentalità retrograde. Non so quali saranno i prossimi passi della rivoluzione, ma li attendo con grande curiosità, e sono convinto che non sia lontano il giorno in cui la recessione tecnica non verrà subita come un lutto ma presentata e festeggiata come un successo.