Orgia in mezzo al campo, il pallone non conta.

Quando la vita si accanisce contro di te c’è poco da fare, bisogna arrendersi. Per rendere la mia esistenza ancora più deprecabile il destino ha voluto che alla tenera età di 11 anni fiorisse in me un malsano amore per i colori rossoblù del Bologna. Questo ha comportato 21 anni ad oggi di sofferenze inutili, patemi, vergogne, insulti (vivendo a Modena), danni permanenti al fegato. Tutto riassumibile nel celeberrimo detto latino. “mai na gioia”.

Un’esistenza scandita da retrocessioni, partite contro club improbabili, esultanze smodate per gol realizzati a squadre che sono scomparse dalla realtà e dalla memoria collettiva, trofei imbarazzanti come una Coppa Intertoto, anch’essa abolita per manifesto eccesso di grottesco.

Alcuni lampi ci sono stati: il privilegio di veder giocare e di poter gioire per i numeri di Roberto Baggio, ma soprattutto l’intima soddisfazione di potersi vantare di essere stati il club del grandissimo Michele Paramatti, il Beckenbauer delle periferie più disagiate.

Se per fare i sostenuti si vuole considerare il calcio come uno specchio della società, della politica, dell’economia, insomma del mondo in cui è inserito, bisogna ammettere che la crisi economica si è manifestata in tutto il suo splendore anche nelle sorti del Bologna. Sono anni che presidenti di una povertà che fa tenerezza si sono succeduti alla guida del club, regalandoci squadre con organici da commediaccia all’italiana e una suspense continua degna dei migliori maestri del brivido: ogni anno l’iscrizione al campionato era una telenovela che incollava migliaia di lettori ai giornali; le scadenze per il pagamento degli stipendi appassionavano più delle imprese sportive (anche perché queste ultime erano terribilmente latitanti); la corsa per evitare punti di penalizzazione occupava le cronache sostituendosi ad una normale e rassicurante routine di allenamenti e interviste ai giocatori.

Tutto questo ben di dio ci ha condotto alla fine del campionato scorso ad una ennesima retrocessione ed alla fantastica opportunità di confrontarci con squadre che hanno fatto la storia del grande gioco del calcio: Latina, Entella, Crotone, Lanciano, Cittadella, e tante altre che non ricordo perché il campionato di B vanta un roster di un centinaio di squadre, alcune sconosciute perfino a loro stesse. Tra i tanti privilegi concessi da questa nuova situazione ci sono i derby con i vicini di casa sciatti, che non vedevamo da tanto tempo e avremmo volentieri fatto a meno di rivedere.

Uno di questi è la sentitissima, dai modenesi, partita con il Modena. Il meraviglioso mondo dei media, che permettono di essere in ogni istante in ogni luogo, avvicinando culture, stili di vita, modi di sentire e insomma includendoci tutti in un unico villaggio globale, ha fatto si che Sky trasmettesse a breve distanza tra loro Modena-Bologna (Venerdi sera) e Real Madrid-Barcellona (Sabato pomeriggio) e che io per ragioni di cuore e di passione per il calcio le vedessi entrambe. Il contrasto tra di esse è stato forte e lacerante, difficilissimo pensare che fossero lo stesso sport.

Trova le differenze

  1. Come ci ha insegnato Leopardi, più che l’evento in sé quello che appassiona e coinvolge è l’attesa che si crea intorno ad esso. La tensione, il pensiero a quello che sarà, il parlarne prima, immaginarlo, costruirne una narrazione, sviscerarlo in ogni suo possibile aspetto. Così è stato per entrambe le partite: l’attesa mondiale per il clasico si è espletata in servizi sulle televisioni, sui grandi giornali nazionali, nelle pubblicità; l’attesa locale per il Derby si è vissuta nella sua nicchia nelle cronache locali e negli sfottò tra strada e social network. La maggior parte della popolazione non sapeva dell’esistenza di Modena-Bologna, ma chi era coinvolto ne ha vissuto l’avvicinamento con molto più pathos rispetto a quello dovuto a Real-Barça. Forse questo è l’unico punto a favore del Derby.
  2. La scenografia. Per Modena-Bologna i tifosi bolognesi, trascinati dall’entusiasmo per la nuova proprietà e dall’illusione di essere per una volta nella vita ricchi e potenti, hanno richiesto un numero di biglietti ben superiore ai 2400 concessi dalla questura modenese, ma nonostante le insistenze per ragioni di sicurezza si è deciso di non aumentarli. Anche i modenesi galvanizzati dalla ritrovata sfida con i cugini-rivali del capoluogo di regione hanno aumentato le presenze allo stadio rispetto al consueto, ma non tanto da riempirlo. Risultato: 15000 spettatori in uno stadio da 20000, record di presenze che non ha impedito però di presentarsi alle telecamere con evidenti buchi tra gli spalti. Questi, insieme ad un’illuminazione consona ad una squadra di provincia che gioca in Serie B, unite ad un intrattenimento prepartita da strapaesana, hanno conferito all’avvenimento una tetra atmosfera da baretto di paese, affollato e gaudente la sera del dì di festa ma pur sempre triste ed abbruttente. Discorso opposto per Real-Barcellona, stadio esaurito nei suoi 85 mila posti, luci sparate al massimo, speaker su di giri, inno della squadra di casa a massimo volume a caricare il pubblico. Atmosfera adatta ad un avvenimento mondiale.
  3. Le squadre. Alla lettura delle formazioni del Derby prende lo sconforto. Nonostante segua il calcio da parecchi anni la maggior parte dei giocatori mi è sconosciuta. Devo ammettere che della rosa del Bologna prima dell’estate ero conscio della presenza in vita di pochissimi calciatori, gli altri ho imparato  conoscerli purtroppo dalla lettura assidua delle ultime pagine dei giornali sportivi, che dovendo riempire le colonne di nulla si sono prodigati nel magnificare le doti di onesti lavoratori prestati al pallone provenienti da ignote periferie. Si vedano i Ceccarelli, i Maietta, i Laribi, i Giannone, i Troianiello, gente che si impara ad amare nell’indigenza ma che si spera di non rivedere più e di obliare completamente una volta che si sia usciti a riveder la luce. Dei giocatori del Modena non avevo mai sentito parlare, e spero di non doverci più avere a che fare da qui ad un anno. Nomi che sembrano provenire da uno sketch di Maccio Capatonda come Manfrin e Nizzetto, personaggi da romanzo come: Salifu, ghanese enorme dalla cresta color oro che corre come un indemoniato dietro il pallone; Rubin, terzino gobbo e smilzo ex Bologna, famoso per le sgroppate inconcludenti; Grancoche, bomber di categoria dall’espressione del viso perennemente perplessa e malinconica; Ferrari, atleta dal fisico da tossico che ricorda più un antennista che un calciatore. Discorso completamente opposto per il clasico: giocatori bellissimi e tiratissimi, che sembra una sfilata. Eleganti, famosi, ricchi, soprattutto fortissimi, sembra una partita alla play station con due squadre di All Stars.
  4. La partita. Modena-Bologna è terribile. 90 minuti e oltre di vuoto pneumatico. Nessun tiro in porta, due mezze occasioni da gol e due rigori negati. Tutto si risolve e si riassume in una mastodontica orgia a centrocampo, una sorta di gay bar dove si tira la palla in alto e sotto 20 persone si azzuffano in una piramide umana, in un’unione mistica dove ad un certo punto anche il pallone perde di importanza, e l’unica cosa che conta è sentirsi vivi grazie al contatto fisico violento con un altro essere umano. Cose così brutte non le avevo viste nemmeno ai calcetti tra amici o nelle partite tra amatori. Nessuno che controllasse la sfera o la mantenesse a terra, campanili random senza un perché e senza un disegno per il futuro, un vortice di schifo che riconcilia con chi considera il calcio uno sport da idioti. Gli allenatori a bordo campo erano perplessi e si interrogavano sulla loro vita, se non l’avessero sprecata fino ad allora, cosa avevano fatto di male per essere lì in quel momento, quale strada sbagliata, quali decisioni errate li avessero condotti in quel baratro di orrore. L’unico sussulto, l’espulsione di Troianiello dalla panchina: un mistero che rimarrà irrisolto; si pensa a delle offese al quarto uomo, ma bisogna sapere che il buon Gennaro è un miracolato dello sport, un energumeno tatuato che non è in grado di esprimersi in italiano corrente e che gira le squadre  di serie B di anno in anno grazie alla fama di porta fortuna che si è costruito negli anni; impossibile che abbia potuto pronunciare un’ingiuria comprensibile ad un orecchio umano non addestrato al suo linguaggio.  Pur seguendo la partita in piedi con l’adrenalina dell’evento, corroborata da quella di una scommessa campata per aria che mi ha tolto 5 euro necessari come non mai al mio sostentamento, la lotta per non addormentarsi è stata durissima e infruttuosa, risoltasi in un torpore interrotto saltuariamente da una sfilza di bestemmie. Del clasico che dire? IL CALCIO. Per citare Capello, che commentava la partita, “questi giocatori sanno tutto”. Palla a terra, azioni di una velocità impressionante, tocchi precisi, numeri, movimenti esatti, occasioni a ripetizione, emozioni continue. Tensione vera e motivata, con il tempo che volava e l’impossibilità di non essere attratti verso lo schermo stando sempre in punta di divano. Esperienza unica, uno di quei rari momenti che possono far riconsiderare l’assunto che sia impossibile divertirsi a questo mondo.
  5. Le conclusioni. Non essendoci stato un tiro in porta, il Derby è finito inesorabilmente 0-0. Si spegne la televisione con la consapevolezza di aver buttato nel cesso 2 ore della propria vita e più in generale una settimana passata a leggere febbrilmente notizie inventate, inutili o riciclate e a discutere con amici e conoscenti sulla superiorità della propria squadra e della propria città. Una consolazione però si trova sempre: il Bologna è primo in classifica in coabitazione con il Carpi, squadra della più infelice provincia modenese e in quanto tale invisa anch’essa ai tifosi del Modena. Il clasico è finito 3-1 per il Real, al termine di una partita fantastica che lascia la sensazione di aver assistito a qualcosa di bello e di utile, con il rammarico che sia finito e con la bella consapevolezza che almeno in un’altra occasione le due squadre si riaffronteranno entro la fine dell’anno calcistico. Questa consapevolezza provoca invece un dolore fisico e morale lancinante nel caso di Bologna e Modena, che purtroppo si ritroveranno al ritorno, si spera per l’ultima volta.

Per tirare le fila, il tifoso del Bologna sta vivendo un incubo vero, angosciante e terribile, invischiato come è nelle brutture di una terra straniera tra partite inguardabili e giocatori inventati sul momento. La speranza è che i nuovi proprietari siano davvero ricchi, e che finalmente uno dei due protagonisti di una bella partita sia il club rossoblù.

l'assist di Fabregas è il bello del calcio

Il calcio è ormai noioso.

La qualità è tutta concentrata in poche squadre che hanno molti più soldi da investire delle altre, in una polarizzazione che rispecchia quella della distribuzione della ricchezza mondiale. Inoltre aumentano le competizioni, le partite per ogni competizione, le squadre iscritte ad ogni competizione. In questo modo, supponendo una qualità costante, la poca che avanza dalla concentrazione nei grandi club è spalmata e diluita in una miriade di altri team.

Si aggiunga il fatto che è possibile vedere qualsiasi cosa, e, almeno per me, la frustrazione dell’impossibilità materiale di seguire tutto provoca una reazione di rifiuto ed abbandono. La settimana è satura, ci sono partite ogni giorno, ad ogni ora e programmi di approfondimento.

Giocando così tanto non si esprime un livello qualitativo del gioco appagante e costante nell’arco della stagione e delle singole partite. Ci sono pause, match giocati con scarse motivazioni mentali e poche energie fisiche; gare di campionato tra squadre di livelli nettamente diversi che si risolvono in tediosi assedi sottoritmo in attesa di una singola giocata, che costringono lo spettatore a 90 e più minuti di rassegnazione sul divano.

Non aiuta il nostro punto di vista “privilegiato” di italiani. Da noi mancano anche i club ricchi, quindi l’appiattimento è totale, le partite decorose nel corso di una stagione si contano sulle dita di una mano, e se una squadra è un attimo più organizzata stravince il campionato togliendo  quel poco di pathos che derivava dall’attesa dei risultati.

Le motivazioni a seguire questo sport calano ulteriormente se si analizzano le vicende politiche che vi stanno dietro. Personaggi che sembrano usciti dagli anni ’70, tanto che anche la fotografia dei servizi nei telegiornali si deforma per tornare  a quel periodo, che incarnano una mentalità piccolo borghese connotata dalla furbizia pelosa, dal vantaggio nell’immediato privato di una qualsiasi visione programmatica del futuro.

Perché non si riesce dunque ad abbandonare completamente il calcio?

Perché ci sono momenti di splendore, sorta di apparizioni luminose che squarciano le tenebre della noia, per le quali vale la pena passare ore inutili davanti al televisore. Azioni collettive, gesti tecnici clamorosi e impensabili, irrealizzabili dalle persone comuni (che comunque proveranno ad emularle nei campi amatoriali di calcio e di calcetto), che esaltano e lasciano l’emozione tipica di quando si ha il privilegio di assistere a qualcosa che esce dall’ordinario, che va vissuto, memorizzato e raccontato.

Uno di questi momenti si è verificato ieri sera, in Burnley-Chelsea, prima giornata del campionato inglese; il gol del 2-1 è un esempio di azione collettiva coordinata ed orchestrata con la precisione di una coreografia, dimostrazione che avere tanti buoni giocatori insieme qualche vantaggio sull’avversario lo porta. Ma l’opera d’arte è l’assist di Fabregas: al volo di controbalzo sistema il pallone all’altezza giusta, con la velocità giusta, per permettere un comodo appoggio in rete a Schurrle, sorprendendo e prendendo in controtempo la difesa avversaria che si aspettava probabilmente un tiro al volo.

Chiaramente dopo il gol del 3-1, al 34′ del primo tempo, la partita è finita, e si è trascinata stancamente ed inutilmente per altri 60 minuti. Tutto il bello ed il brutto del calcio.